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26.08.2010 - L'AVVOCATO CON IL VIZIO DEL JAZZ...

Dallo status di praticante forense a quello di cantautore schietto e distaccato, sempre a contatto con le pulsioni più vive e acuite di un animo nostalgicamente divertito e con una notevole sensibilità di stampo jazzistico e latino-americano, attraverso il suo coerente operato ha costituito una delle esperienze cardinali della canzone italiana. Il recente progetto "Razmataz" ha sancito la supremazia di una figura trasversale sia al cantautorato doc che al compositore tout-court, dotata di una predilezione per le arti visive e le avanguardie del primo '900.

Paolo Conte è uno dei più originali cantautori italiani, e di sicuro il più erudito e coerente. Il suo stile nasce dall'accordo tra le ninnananne fantasmagoriche di Leonard Cohen, la sensibilità da cantastorie parigino di inizio '900, le big band jazz di Duke Ellington e Bix Beiderbecke, la sensibilità del song jazz-pop di Hoagy Carmichael e della chanson di Jacques Brel. A questo va di certo aggiunto uno stile erudito di costruzione delle liriche, sempre in bilico tra passioni sfrenate, malinconie di memorie passate, spiriti eleganti e forbiti, immagini traslate spontaneamente verso la sinestesia e il simbolismo da belle epoque, dove a tratti si fa largo un ermetismo schivo.

I suoi due strumenti, il pianoforte e la voce (prima ancora che le canzoni vere e proprie) faranno da battistrada a una delle contaminazioni più seducenti di sempre, almeno nei rispetti del panorama del cantautorato italiano, e insieme contribuiranno al non trascurabile merito di aprire le porte alla riscoperta filologica e classica (estranea quindi agli esperimenti del giro Cramps, Perigeo, etc.) della musica jazz in Italia, fino ad allora tenuta a forza nell'oscurità. Il Conte interprete, in ultima analisi, si pone come chanteur decadente, distaccato, obliquo e nobile a un tempo, con un timbro vocale roco e profondo, soavemente sferzante, pungente e anti-retorico.

Paolo Conte nasce nel 1937 ad Asti, da una famiglia di legali. Durante la guerra trascorre molto tempo nella fattoria del nonno, laddove si compie uno dei primi capitoli della sua formazione: il rispetto della diversità delle culture e, allo stesso tempo, del proprio luogo d'origine. Tramite i genitori (appassionati sia di musica colta che di canzoni popolari) apprende i rudimenti del pianoforte, assieme al fratello minore Giorgio, ma la vera passione musicale giunge con l'immediato dopoguerra. L'avvento della stagione del cinema moderno, oltre alle marce delle bande militari americane, ma soprattutto l'ascolto di dischi e di concerti di musicisti americani in tour, generano il primo embrionale amore di Conte per la musica jazz.
Laureatosi in Legge all'Università di Parma, inizia a lavorare come assistente presso lo studio paterno, ma nel frattempo decide di estendere al livello semi-professionale gli studi musicali. Sono quelli gli anni delle sue prime band, i cui nomi tradivano l'euforia per il jazz e lo swing d'oltreoceano: Barrelhouse Jazz Band, Taxi for Five, The Lazy River Band Society. Il più fortunato del lotto, il Paul Conte Quartet (in cui figurava anche il fratello Giorgio alla chitarra, mentre a Paolo spettava il vibrafono), arriva ad incidere un Lp di brani standard jazz per la Rca ("The Italian Way to Swing").

Parallelamente nasce e si sviluppa la passione per la canzone italiana, filtrata sia attraverso le trasmissioni radio che tramite il suo interesse per le tradizioni popolari, in particolare per la canzone napoletana e per la chanson di Brel e Brassens. E' forse grazie a quelle poetiche di narrazione lucida e anti-retorica, a quegli sguardi disincantati e idealizzati su (dis)avventure di alienazione e cinismo, di farsa grottesca ma impietosa sulla società contemporanea, che Conte comincia a scrivere le sue prime canzoni, destinate a interpretazioni di artisti italiani e internazionali, dapprima senza paroliere in coppia col fratello e solo successivamente dedicandosi anche ai testi in coppia con Vito Pallavicini. Nascono così, nella seconda metà dei 60, "Siamo la coppia più bella del mondo" (esordio solista di Conte a tutti gli effetti, su testo di Luciano Beretta e Miki Del Prete, da subito numero uno in classifica) e "Azzurro" per Adriano Celentano, "Insieme a te non ci sto più" per Caterina Caselli, "Tripoli '69", "Genova per noi" e "Onda su onda" per Bruno Lauzi (anche coautore), "Messico e nuvole" per Enzo Jannacci, "Grin grin grin" e "Se (Yes)" per Carmen Villani, insieme ad altre collaborazioni con Patti Pravo, Johnny Hallyday e Shirley Bassey.

Queste prime avvisaglie del suo stile distaccato, riflessivo con arguzia e tagliente ironia, traboccante di immagini dinoccolate, verranno convogliate e esplose nel primo Lp a suo nome, Paolo Conte (Rca, 1974), in cui compare, oltre che come autore di musica e testi, anche come esecutore, interprete e arrangiatore. E' una raccolta ancora incerta e non precisamente a fuoco, quasi un'antologia revisionista delle opere prestate ad altri in precedenza, a suon di "Fisarmonica di Stradella" e orchestrata con una semplicità artigianale che fa emergere solo a tratti il talento più genuino delle opere della maturità. Quest'album è anche il primo episodio di una trilogia dedicata alla transizione da praticante di studio legale a cantautore tout-court. Vi compaiono spettri di una provincia disastrata da una vita assente e annoiata, avvolta da una membrana di ipocrisia latente, da angosce represse e inespresse, ma pure rimpolpata da emozioni intime, infuse da episodi commoventi e raccolti con cura.
In questo suo primo periodo creativo, Conte dà alla luce i primi due episodi della famigerata saga dedicata all'"Uomo del Mocambo", storia del proprietario di un mitico bar-scenario di situazioni decadenti, di curatori fallimentari (aiutato, in questo, da un forbito spirito autobiografico), di incomunicabilità tra conviventi, di tinelli "maròn", di facciate architettoniche (insegne, luci, etc.) assurte a simbolo di un umore generazionale, di caffè sorseggiati, quasi terapeutici nel loro scopo di estraniazione dal contesto di vita quotidiana. "Sono qui con te sempre più solo", "La ricostruzione del Mocambo", e, più avanti, "Gli impermeabili" e "La nostalgia del Mocambo" costituiscono una tetralogia di canzoni che per più di un motivo può essere assunta a metafora dell'opera di Conte, oltre che episodio altamente significativo della canzone italiana in senso lato.

"La ricostruzione del Mocambo" è anche uno dei pezzi forti del suo secondo album, Paolo Conte (Rca, 1975), opera che sancisce il definitivo distacco dalla produzione di canzoni d'interpretazione altrui, per approdare finalmente a una collezione di brani destinati a essere ricordati come suoi primi classici. Proprio il secondo episodio dell"uomo del Mocambo stupisce per la sua ritrovata vena jazzy (fino ad allora tenuta a freno), un fiato dipanato a mo' di Nino Rota e vocalizzi sonnolenti del coro femminile che impostano magnificamente la strofa. "Genova per noi", l'ultima reinterpretazione delle sue canzoni pregresse, diventa una marcetta a bolero impreziosita da capricciose dissertazioni di piano, ma pure con un accompagnamento che si arricchisce via via di preziose sfumature (anche cacofoniche), e "La Topolino amaranto", la primissima canzone scritta da Conte a quattro mani col fratello (e mai rispolverata prima di allora), uno stride à-la Luckey Roberts speziato da una contrastante associazione della fisarmonica a mimare una melodia popolaresca.

ESTRATTO DA http://www.ondarock.it


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